Luca Massimo Barbero
Dadamaino. Un'intervista tra vita & pensieri.....
Museo Virgiliano, Virgilio, 2003

Dada Maino  ha  superato  la  'problematica pittorica': altre  misure  informano  la  sua  opera:  i  suoi  quadri sono  bandiere  di  un  nuovo  mondo, sono un nuovo significato: non si accontentano di ‘dire diversamente’: Dicono nuove cose”.
Piero Manzoni 1961

Così  Piero  Manzoni  chiude  una  sorta  di  proclama  poetico  per  una  mostra di Dada Maino presso il Gruppo N a Padova scrivendo di "verificarsi di nuove condizioni, nuove soluzioni, nuovi metodi", necessari in quell'"epoca" al fare arte.
Da tempo vado ‘navigando’ in quegli anni cruciali talvolta affascinato dalle opere, altrimenti dai proclami, saggi, scritti  e testi che emergono sempre più. Talvolta si naviga a vista, ogni tanto godendo dei materiali che colleghi e storici insieme agli artisti, sempre meno timidamente, vanno presentando e ordinando. Sono quegli anni,  curiosamente  concitati  -  tra la fine degli anni Cinquanta  ed  i  primissimi  Sessanta  -  il  mare  della   ‘navigazione’. Un momento di tensioni felici, superamenti, dialoghi e collaborazioni,  come  più  volte  scritto;  anni  unici  d'avanguardia,  un  importante  momento del dopoguerra in cui l'Italia va formulando  soluzioni  artistiche  contemporaneamente  a  nuclei europei ‘allergici’, concettualmente, al magma travolgente ed allora  travolto  dell'Informale  che  occupava   ‘matericamente’  il  decennio  in via di conclusione. Tra i protagonisti di questa ‘stagione’  tutt'altro  che  letteraria,  Dadamaino  riveste  un ruolo particolare che si isola e contemporaneamente compenetra la compagine,  i  gruppi  e  le unioni d'artisti e movimenti. La costanza coerente, insieme al ‘tema della variazione’ del suo lavoro ultraquarantennale   si  segnala  negli  anni  e  giunge  all'oggi;  attuale,  originale,  presente.   Come  l'installazione  pensata  in quest'occasione al Museo Virgiliano.  In preparazione di questo particolare evento, concepito come un ‘messaggio’ alle nuove generazioni, hanno avuto corso alcuni incontri tra l'artista e chi scrive. I dialoghi registrati o riassunti vogliono essere spunto di riflessione sul lavoro di Dadamaino.  Insieme  all'autrice  si  sono  ritrovati,  letti  e  commentati,  scritti,  saggi,  riviste, vecchie interviste, testi critici e documenti. Alcuni stralci di quei documenti e di quelle pubblicazioni sono stati riportati nel testo e citati come  spunti per la discussione e citazioni su cui creare degli spunti per questo ‘viatico’ parlato...  Rileggendosi,  rileggendo  e citando  altre  voci,  l'artista  ha  tracciato,  raccontato  e  costruito  una  cartografia  del proprio lavoro, delle intenzionalità, dei desideri, perlustrando per il pubblico, il territorio vivo del suo percorso.  Le  letture  sono  state  talvolta  inserite  nell'intervista come spunto o elemento critico di  confronto,  stimolo,  talvolta provocazione.  La trascrizione,  rivista  dall'artista,  risente  dei modi  dell'intervistatore  e  delle frasi che spesso si sono fuse, incastrate, confuse nel momento del dialogo divenuto racconto a quattro  mani  e  più  voci.  Di questa vitalità si è voluto rendere anche nella trascrizione. Non si è voluto interrompere un certo flusso delle parole...
Il percorso della vita - che occupa ampiamente la prima parte - più che mera autobiografia ha preso forma invece a causa di un ricordo di chi scrive.
Nel  primo  incontro  con  Dadamaino  all'Accademia  di  Perugia,  nel  1962,  l'artista  aveva  illuminato  il  viso degli studenti parlando  con  chiarezza,  semplicità,  modestia,  dei  suoi  esordi,  dell'essere  un  giovane artista, degli ‘inizi’, sfatando luoghi comuni della critica e dell'attuale tendenza al costruire una ‘mitomania’, un ‘personaggio’ già dai primi passi, dagli esordi. Non potei che provarne stima, ammirandone l'umanità, oltre i lavori. Da quel punto, si ha l'inizio.

Milano, 2002-03

L.M.B.: Dadamaino ed i suoi esordi. O meglio Dada Maino inizia a dipingere. L'arte, la vita a Milano. Ricordo il tuo incontro con  gli  studenti  a Perugia e le loro facce quando con estrema modestia descrivesti i tuoi incontri, le frequentazioni con quelli che  adesso  loro vedono come miti, personaggi maledetti, eroi... tu parlasti invece di modestia e preoccupazione.   Dadamaino: Sai, ogni tanto è un piacere enorme incontrare i giovani soprattutto ora che è sempre più confuso il limite  tra vita ed  arte,  tra  successo  e  compromesso,  tra  mercato e  vendersi, perdersi. Penso d'aver ancora una volta parlato dei miei inizi degli anni in cui incominciavo a sentire la curiosità trasformarsi in bisogno di dipingere, fare arte. LM: Ma la tua famiglia e gli studi di medicina?  DM:  Il dipingere si era affacciato alle mie necessità. Facevo su tele piccole alcuni fiori, nature morte, nulla che  non  potesse  essere  che  classico,  eppure mi sforzavo di dipingere. Mi sembrava una bella follia, tutto era assolutamente folle  in  quel  periodo  se  volevi  fare  l'artista.  Non  c'era  una possibilità per avere una formazione al di là dell'Accademia  e comunque  già  l'Accademia  era  un poco arretrata forse, non so. Sta di fatto che io ero giovane e guardavo al mondo dell'arte come ad un luogo sconosciuto ma che sapevo esistere. I giornali, ti parlo del “Corriere della Sera”,  ma  anche altri scrivevano solo  delle  cose  classiche  dei  vecchi  maestri  ed  insultavano letteralmente o per la maggior parte le avanguardie.  Gli  artisti moderni  da  Cézanne  in  giù  ad  esempio erano sbeffeggiati, dicevano che Cézanne era l'assassino dell'arte, scrivevano delle cose così... o non scrivevano affatto... che era anche peggio.
I miei ...  anche  se  volevo  dipingere...  ho  fatto  medicina, mi sono iscritta perché loro non pensavano possibile l'arte, non la vedevano assolutamente di buon occhio. LM:  Una  vicenda famigliare che ti conduce all'arte quasi in modo incosciente.  DM: Tutt'altro,  ne  ero  molto  cosciente.  Sono  vicende della vita. Erano le forme e gli usi ad essere diversi da oggi. Quando avevo  ventidue  anni  avvenne  la  morte  di  mia madre. Mio padre era un socialista ed un uomo con un buon senso del reale, un realista. Ma attento,  come  ho  detto  molte   volte, non un socialista di quelli tremendi che abbiamo poi conosciuto in Italia negli anni Ottanta,  non  uno  di  quei  socialisti  che  pensavano  ad  arricchirsi.  Mio  padre  aveva per l'epoca molto chiara la situazione  della  donna.  Pensava  che  solo  con  l'indipendenza  economica  avrei  potuto  essere  libera.  Doveva  contare  il portafogli,  essere  pratici  guadagnare  in  modo  da  potersi  mantenere  da soli. In quel modo secondo lui qualsiasi cosa fosse successa,  un  matrimonio  andato  male,  un  qualsiasi incidente, avrei potuto essere indipendente quindi libera. Per mio padre non esisteva una professione d'arte, era astratta, non garantiva nulla. Di fatto però non era veramente contrario a che io volessi fare l'artista: mi ha detto che non mi avrebbe mantenuta, non mi avrebbe più dato una lira, anche se poi mi ha dato una mano, un aiuto. LM: Volevo che ricordassi, lo so ancora una volta, il percorso vita/lavoro alla fine degli anni Cinquanta.             DM: Dici l'incontro con Manzoni e poi il lavoro di Fontana?
LM: Sì, proprio i tuoi primi dipinti e le prime mostre. DM: Ci sono due o tre momenti che convivono. Io dipingevo come ti ho detto già,  mi  piaceva  la  pittura  e allora, agli inizi, prendevo i fiori che mia madre metteva nei vasi e li disegnavo, cercavo di
capire le proporzioni che io non avevo. Facevo il tavolo, il vaso e poi i fiori non ci stavano più, su in cima,  era tutto attaccato, non si capiva niente, una cosa stranamente umiliante, avvilente. Poi da quegli episodi stranissimi sono passata ad altro,  con  il colore, studiando la linea. Sono prove che io considero i ‘peccati di gioventù’. Ma le cose importanti avvengono tra il 1956 ed il 1957. L’o detto molte volte ma non mi stancherò mai di ripeterlo o sottolinearlo, è stata come una nuova nascita. Incontro e conosco Piero Manzoni e in una vetrina di un negozio vedo un quadro meraviglioso.  Due  cose  importanti, fondamentali. Un giorno da un tram (LM: Come la folgorazione avuta sia da Magritte che da Ernst o Tanguy,  quando  hanno  visto  un'opera di De Chirico; non trovi interessante questa magia fatale dell'opera esposta al ‘pubblico’ della strada  e che 'investe’ letteralmente con il suo valore la sua presenza inusuale, ma nel modo più casuale, lo spettatore???) DM: eh sì come vedi... dal tram vedo in una  vetrina  di  un  negozio  mi  sembra  di  elettrodomestici  un'opera  bellissima,  strana. Era un lavoro di Lucio Fontana, un quadro fatto con i lustrini, i colori ed i buchi. Sono rimasta come incantata tutta la mattina,  sono  rimasta lì a guardarlo. Avevo capito, o almeno in modo superficiale, ma molto forte, mi aveva colpito.  Non  sapevo  esistesse  qualcosa  di  così pensato, un pensiero. Ho lasciato perdere i fiori della mamma ed ho incominciato ad elaborare qualcosa di diverso. Certo mi ci sono voluti anni ma era iniziato tutto lì.      LM: E l'incontro allora con le persone?         DM: Quello avviene grazie anche all'amicizia con Manzoni. Milano era una città con una vita particolare, soprattutto per noi giovani che seguivamo un mondo parallelo, nuovo. Tutto sembrava migliore, c'era una energia incredibile, pensavamo veramente che si potesse cambiare tutto. C'erano le gallerie in città. Manzoni mi ha presentato gli amici artisti, si visitavano le mostre ci si informava e discuteva a lungo.  Pensa,  abbiamo potuto vedere delle cose all'epoca ancora inimmaginabili. Pollock con il suo modo di far pittura.  Poi  Manzoni  stava  facendo quei lavori di materia ed un poco nucleari, e poi i nuovi lavori, nuove sperimentazioni, si lavorava in studio, ci si confrontava. L’incontro tra gli altri che ricordo, sempre grazie a Manzoni, è stato quello con Fontana.  Era  generoso  e  disponibile con noi giovani, se poteva aiutava,  seguiva,  discuteva.  Un  rapporto  per  tutti  noi  molto  importante.  Come ti dicevo i giornali non scrivevano che poco o male di arte d'avanguardia e tra di noi allora ci si informava,  si  parlava  dei  nuovi  gruppi  stranieri,  si formava come una compagnia, un gruppo di individui che dividevano interessi ed informazioni.       LM: Milano era anche un crocevia  particolare  per  certe  avanguardie  di  quegli anni vitali tra la fine Cinquanta e il 1960-61.  Stava,  tra  le  altre  cose, sostituendo   quel   mondo   informale/materico   che   all'epoca   rappresentava   in   fondo   l'ufficiale  avanguardia.  Penso  a quell'atmosfera tutta giovane ed energica anche se ovviamente non così popolare della presenza di Fontana appunto ma anche del  Nouveau  Réalisme  presentato  da  lì  a  poco  proprio  a  Milano,  al Pollock e gli altri artisti al Naviglio, Carlo Cardazzo appunto, e le mostre di Klein poi il Gruppo Zero ed i giovani che in qualche modo avevano già intrapreso un loro percorso come Bonalumi,  Castellani,  Manzoni  o  personaggi  che  si delineeranno come Alviani, Colombo, Scheggi, una città viva di fermenti e speranze sembrerebbe. Alcuni giovani, oggi, la vedono e leggono quasi come una situazione ‘mitica’. DM: Oggi si fa presto a dire mitico o idealizzare quel periodo come fanno anche certi giovani o critici. Non era assolutamente facile. Nessuno  pensava  neanche  di  poter  vendere,  era  molto  se si partecipava a qualche mostra, per la maggior parte concorsi o premi per giovani. Io ho incominciato così, ma era difficile.  Collezionisti  poi  erano  pochissimi,  e tutto sembrava comunque bello  perché  noi  si  lavorava  per  il  piacere  di  sperimentare  non  per  piacere o compiacere. Per noi bisognava cambiare il Sistema,  invertire  la  tendenza  di  quello  che c'era  allora.  Eravamo  stanchi  dei  materiali  pesanti  della tradizione. Non ne potevamo più del bronzo,  della  pittura  pesante  ad  olio,  della  materia sprecata sulle tele per metri e metri. Volevamo anche intendere una nuova  condizione  dell'uomo/artista.  Non  volevamo  più  identificarci  con  quello  che  la  gente  o  i  giornali pensavano o  indicavano  che  fosse  l'artista,  un  essere  strano  tra  il  pagliaccio,  il  buffone  o  se  avevi  molto  successo  il personaggio, tipo Picasso, cui era concesso l'onore d'essere protagonista; ma sempre criticabile, diverso.  Non  si pensa adesso al fatto che i lavori di Fontana erano capiti da pochi illuminati  e  gli  articoli dei giornali conservatori erano sempre riduttivi, lo prendevano in giro, lo offendevano, offendevano il suo lavoro e l'attendibilità di quelli che ammiravano i suoi buchi, i tagli. Pensa  ad  esempio  alla  tanto  mitizzata  merda  in  scatola  di  Manzoni. Quando la fece tutti si scandalizzarono dicendo cose incredibili parlando d'offesa senza capirne l'importanza, il gesto, l'idea. Ecco cosa c'interessava, lo sposare l'idea all'opera, così Manzoni aveva detto una verità,  innegabile,  messa  in  bell'evidenza,  conservata.  Non   è  come  adesso  che i giovani artisti calcolano la provocazione per vedere che effetto fa sui mezzi di comunicazione,  così  possono  dire di essere diventati famosi. Noi si lavorava insieme ed appartati in fondo,  c'interessava  conoscere  altri  giovani che pensavano e lavoravano come noi in altre realtà. Insomma capire che era possibile ricominciare da zero, cominciare dalla ‘tabula rasa’ che è quello che ho fatto con i Volumi.      LM: Questa situazione comune a molti di voi è importante, questo concetto voluto, desiderato, d'azzeramento, di tabula  rasa  vi  collegava  a  tutta  una  situazione  internazionale,  alcuni  di  questi  protagonisti  vi  erano  noti,  di  altri forse giungevano notizie.  Penso  che  sia  stato uno dei momenti più vivi della sperimentazione in Europa ed altrove, una posizione che  andava  contro  anche  a  quelle  figure  che  avevano ottenuto un certo successo immediatamente dopo la seconda guerra mondiale tramite i movimenti della fine degli anni Quaranta e l'Informale del decennio successivo. La vostra posizione investe molto sul concetto di spazio puro ottenuto tramite la Monocromia.  II  Monocromo   è sempre stato per me uno degli spazi più alti della riflessione artistica,  ne sono affascinato quasi fosse un Luogo del pensiero,  uno  spazio-oggetto  ideale,  molto  puro eppure  fortissimo,  concreto.  Nella  tua  monografia  per  Bochum,  Tedeschi  inquadra bene la temperie di un certo ambiente quando scrive di artisti che:   “in quello stesso periodo, fra la fine degli anni Cinquanta e i primissimi anni Sessanta, elaborano forme   di   riflessione   critica   sull'oggetto-quadro,  dalle  diverse  soluzioni   di   monocromia,  raccolte  nella  storica  mostra “Monochrome Malerei” a Düsseldorf nel 1960,  alle  altre  operazioni  di  azzeramento  del  valore  sensibile  della pittura o di
riflessioni attorno al suo significato. Dall'intento metafisico del blu di Klein, alla cancellazione operata da Manzoni con i suoi Achromes  o,  in  modo  diverso,  da  Jasper  Johns  con  i  suoi  colori  ad  encausto,  o  dal  'grado zero’  delle tele bianche di Rauschenberg, alle diverse realizzazioni degli autori del Gruppo Zero tedesco e del gruppo Nul olandese. . .   ” Come era letta da voi questa situazione mentre eseguivi i tuoi Volumi, tagliavi e rimuovevi la tela creando appunto volumi vuoti?       DM: Ci tengo molto a ricordare la situazione italiana dell'epoca.  Era  diverso,  difficile  eppure noi eravamo entusiasti.  Pensa  ad  una situazione anche di mercato, ma di mostre,  di  contatti  ufficiali eccetera che vedeva artisti come Guttuso.  Guttuso,  possiamo dire, era l'artista ufficiale della nuova borghesia,  per  noi  un  punto  di  potere  da  sorpassare nel modo soprattutto d'intendere l'arte... a noi non interessavano quelle cose lì... quella posizione, quei collezionisti che consideravano la ‘firma’  da  appendere al muro dei loro salotti.  Poi  sai,  le  informazioni  ci arrivavano dall'estero e noi non mancavamo di vedere una mostra,  erano incontri  formidabili,  molto  importanti...   ci   si   divideva,   si   discuteva,  si  formavano  gruppi  di  discussioni  contro  idee reazionarie... tutto quello che nasce dalla forza dei giovani dal loro credere nelle possibilità del pensiero, del fare arte... importante... decisivo per me...     Dico sempre che gli stranieri erano, in qualche modo, avvantaggiati, si erano formati su altre esperienze, pensa agli olandesi alle loro avanguardie che erano sempre cresciute con loro e non interrotte dal Novecento. Loro partivano da Mondrian,  dal De Stijl,  noi avevamo avuto Sironi,  il figurativo,  perfino Rosai quella roba lì...   avevamo   forse risentito della matrice cattolica... noi invece volevamo dare la visione del mondo come pensavamo fosse,  come  desideravamo fosse anche concettualmente, spiritualmente, per questo avevamo bisogno di azzerare, annullare.  Prima  per noi c'era Fontana ma era comunque ammirato da pochi...  pensa  alla  situazione  come  una  situazione  dove dominava il 'socialismo realista' di carattere nazionalpopolare o altrimenti un informale che alla fine degli anni Cinquanta,  era già stanco, troppo pieno insomma, come dicevi tu ‘di maniera’. Io ho iniziato a fare i Volumi grazie a Fontana,  se  non  ci  fosse  stato lui, prima, non avrei osato iniziare quel percorso, è stato fondamentale proprio come pensiero.
Quale  gesto  di  ribellione a livello inconscio ritagliai nelle tele grandi spazi, dove il vuoto era di gran lunga preponderante. In effetti non facevo che una distruzione simbolica onde potere cominciare da capo.  Vedi  io  non  partivo necessariamente dalla situazione del Monocromo così come ne parli tu,  ma  sicuramente  quello  era  lo  spazio/colore  su  cui  ed  in  cui  volevamo muoverci...  poi  all'estero era già un movimento ed è stato importante anche quando si sono organizzati qui in Italia e ci siamo confrontati con mostre in Europa nelle gallerie e nei musei, da subito, è stato importante.     LM: Anche il Gruppo di Azimut e ancor singolarmente Manzoni, Castellani, Bonalumi quindi diventano un centro quasi rivoluzionario con cui orbitare...      DM: Sì vedi io volevo sperimentare così i Volumi, per me il togliere era  un  gesto  (ero giovane avevo vent'anni)  incosciente, ma lo ho fatto a quelle date, allora aveva in sé, portava in sé un senso; loro stavano già lavorando in quella direzione/concetto. LM: Gesto e senso universale fontaniani tradotti dalla nuova generazione,  con  leggerezza  inconsapevole  ma  forte  presa  di posizione comunque... come nascevano i Volumi?  Io  ricordo  d'averne  esposto  uno alla mostra Materia-Niente a Venezia in cui si vedevano i tracciati, i segni della preparazione, leggero, intenso ma con un senso quasi casuale di impalpabilità.       DM:  Sono  quei  Volumi  che  io  non dipingevo o dipingevo appena, come una base di preparazione della tela, così da quelli puoi leggere il percorso, come li facevo... Era  importante  rendere  resistente la tela e quindi io la passavo con acqua e vinavil, sottile, a pennellate fitte più volte...  segnavo  la  tela  in  modo  molto  libero  a  matita,  quasi  un fare casuale, ma formavo un ‘corpo’, poi la tagliavo seguendo quel segno, una volta terminato lo coloravo. Sono quasi tutti neri, ogni tanto ne facevo con il bianco  e  quella  che tu dici è una di quelle rimaste senza colore,  non  colorate,  come  grezze,  ma  leggermente  più  precisa, un'evoluzione dei Volumi.   LM:  Infatti  tra  la  fine  del `58  e  l'anno  successivo nei Volumi il vuoto che prima era un unico spazio che talvolta faceva anche intravedere il telaio, diventa multiplo, prima in coppie di vuoti poi dal `59 circa tracci dei fori veri e propri,  leggermente  più  precisi,  disposti  in  file  che  via  via  divengono  ritmo,  sequenza,  forse  una ‘prospettiva di Spazio’... DM: Erano lavori, come tutti i miei lavori ‘in divenire’,  sono  nati  come  conseguenza,  necessità...  se  ci  si ferma,
se si pensa di aver raggiunto un punto allora si è perduti, così sono nati i lavori di cui parli e dopo o quasi insieme i  Volumi  a moduli sfasati. Mi interessava anche il movimento, nei volumi dove ritagliavo quasi tutto si vedeva dietro il muro, si vedevano le ombre, con la luce sembrava che tutto si muovesse... Fontana ci aveva insegnato che bisognava dare,   creare una nuova via all'arte  in  cui  entrassero  mezzi  nuovi,  anche  tecnici, scientifici.  E  poi  stavo  riscoprendo  i  futuristi  i l oro  insegnamenti ‘dinamici’... Sulla scienza, sulla percezione si potevano fare nuovi passi. Agli squarci feci seguire un ritmo più serrato  ai  fori, un  ordine  e  misi  un  fondo  così  che  le  luci  e le  ombre  potessero   ‘proiettare’  la  loro  presenza  mutando l'opera... I fori diventavano poi sempre più piccoli, serrati, e numerosi...  sono poi allora passata ai Moduli sfasati, grazie ad un altro materiale dalla tela.

LM:  Che hai presentato in Germania e al Gruppo N a Padova agli inizi degli anni
Sessanta... Volevo tentarti ancora con un ricordo/incontro tra pittura e storia... a Perugia in occasione dell'incontro con gli studenti parlasti di Mondrian... e di Malevic... DM:... Ah si!!! Ancora una volta... sai mi piace concepire l'artista che fa una cosa e la fa non perché è matto o stupido, ma perché ha un senso, esiste un pensiero e questo pensiero deve esistere anche quando si guarda un altro artista importante... non mi interessa che la gente o i giovani vadano soltanto in un museo... guarda le mostre adesso con la ressa di gente che sembra guardare gli impressionisti come la televisione... sono lì in gita, potrebbero essere da un'altra parte che se ne fregherebbero... vorrei che le cose si guardassero ‘essendoci’, cercando di penetrare quel ‘senso’ che ha voluto dare, rappresentare l'artista in quel lavoro,
nella cosa che ha fatto. Così ho visto gli artisti di cui tu parli... LM: Avevi parlato dei tuoi incontri dei tuoi ‘Pensieri’ con Piero della Francesca, Monet e l'astrazione poi... DM: Ho visto Malevic ‘dal vero’ per la prima volta in Germania, sarà stato il '61 -'62, frequentavamo molto il mondo dell'arte tedesca...; si facevano molte mostre di artisti italiani, anche di Fontana e del Gruppo Zero, si era creata quella che definisci una ‘situazione’ ed ero andata a Colonia ed in altre città... lì ho visto anche le opere di Mondrian... é stata una vera folgorazione... come ti ho detto...; non mi piaceva per niente quando lo avevo visto sui libri, riprodotto, era piatto, decorativo, senza vita e poi... ho visto la sua pittura. Una materia, una pittura, non si interessava affatto alle ‘righe dritte’ o alla mania della perfezione era un vero pittore; per me entrambi sono stati un colpo, un altro segno forte come un tuono... Grandi artisti... importante vederli dal vero, come tutta l'arte d'altronde... è necessario sentirla vederla vera, ‘dal vivo’, le riproduzioni, anche le migliori ingannano danno solo una parte del lavoro... la sua riproduzione e allora non basta. Piero poi per me è stata un'altra folgorazione... soprattutto la Resurrezione... è l'artista che amo, il più misterioso... è stato un incontro emozionante, troppo... Trasmette con il lavoro una gamma incredibile di sensazioni...; al di là di quello che rappresenta... e lo stesso, devo dire del Monet delle Ninfee... ha un senso dello spazio, della rappresentazione che supera certi limiti per diventare quasi ‘immenso’ non so...
LM: E questo senso della mobilità dell'immenso volevi esistesse anche nei Moduli sfasati? DM: No! era una cosa forse più semplice ed ideale se vuoi allo stesso tempo... sai il principio che niente è stabile ed è tutto in divenire in evoluzione sensibile... nulla è eterno; volevo che i lavori mutassero... e come ti
dicevo sono partita dai materiali e dall'idea... dovevo unire questi due punti... LM: Così la plastica. DM: Dovevo e volevo liberarmi dalla Materia, non sopportavo il suo peso, per me era un peso, un aggancio con la tradizione e volevo variazione, mobilità, vibrazioni...
Ma soprattutto volevo trasparenza e l'ho trovata in un materiale industriale che per molti era d'uso domestico... avevo fatto un reticolo fitto di fori ed avevo bisogno di trasparenza... ho utilizzato il materiale plastico con cui si costruivano i teli per le docce insomma un materiale tutt'altro che nobile ma utilissimo al mio scopo e alla mia idea... da lì partono molti punti del mio sentire e fare un lavoro... mi interessava lo sfasamento della tramatura, l'alternarsi del ritmo... Con una fustella foravo a mano tre o quattro fogli di quel materiale plastico montati a telaio... che poi smontavo e li univo su altrettanti telai che univo in un unico lavoro alla fine... la plastica si dilatava e causava degli spostamenti lievi dei fori... puoi immaginare comunque il battere con il martello a mano la fustella, c'era manualità irregolare che serviva anche a sfasare in modo irregolare appena la tramatura, perciò creavo una serie trasparente di immagini sovrapposte ma leggermente alterate in prospettiva/spazio, sfasate. Ottenevo un risultato. Ho sempre ricercato non ho mai arrestato la ricerca... sempre... e da quell'intuizione da quella profondità e del ritmo dei moduli sfasati sono passata ad altro...