Dadamaino statements
OGGETTO CINETICO 1963 Una serie di linee che sovrapponendosi ed intersecandosi mediante rotazione del disco interno formano simultaneamente effetti luminosi di varia dislocazione, intensità, colorazione e durata che, per la rapidità della loro comparsa ed apparente inesistenza di programma, l'occhio non è in grado di recepire e controllare contemporaneamente. Sfruttando detto fenomeno viene ovviata la cronologica iterazione delle immagini rappresentate, propria di questo tipo di ricerca che genera alla lunga uno scadimento d'interesse. L'impressione che qui ne risulta è che il costituirsi dei segni luminosi assume di volta in volta e in vari punti carattere di diversificata strutturazione.
COMPONIBILI 1966 Rispetto alle altre opere in genere, la cui singola o varia rappresentazione è imposta dall'artista allo spettatore, rendendolo al massimo compartecipe di fruizioni precostituite, questo oggetto, programmato entro un limite esclusivamente strutturale, consente il superamento di detta situazione, trasformando lo spettatore in protagonista di una creazione continuata, voluta, causale, modificabile ecc., determinata comunque dalla sua scelta. Infatti un test effettuato con questo tipo di oggetto ha dimostrato una progressiva evoluzione compositiva: dalla ricostruzione di forme acquisite nella memoria alla liberazione di tali schemi per ricerche spontanee puramente inventive, in ciascun soggetto sempre differenti.
RICERCA DEL
COLORE 1966-68
Ritenendo
gli accostamenti cromatici causati essenzialmente dall'insieme dell'intuizione
e del gusto, ho trovato utile fare una effettiva ricerca dei colori atta a
verificarne il reale rapporto intercorrente fra essi. Ho così usato
i sette colori dello spettro, ricercando fra essi il cromovalore medio, più
il bianco, il nero ed il marrone. Dieci moltiplicato per dieci. Quindi per
ciascuno la gradazione dal massimo al minimo su fondo di colore base, che
è di quaranta varianti come media visibile. Risultano perciò
cento tavolette di cm 20 x 20 contenenti 4000 tonalità. Ogni tavoletta
è divisa in due parti con ottanta spazi alternati dal colore di fondo
e da quello analizzato, in modo che per ogni tono è possibile la verifica
col cromovalore
FLUORESCENTI
1969 Su fondo monocromo sono applicate strisce di plastificato fluorescente
che aumentano dall'alto al basso progressivamente di lunghezza. Data
la leggerezza del materiale per cui basta il minimo spostamento
d'aria per fletterlo, con la luce di Wood
si combina simultaneamente il movimento
cromatico, più diagrammi colorati susseguenti
il movimento dei fluorescenti nello spazio circostante.
L'oggetto può essere mosso pure con
le mani perchè il materiale, è stato riscontrato, stimola
il senso tattile. Si ottiene in tal
modo una situazione cromo-tattile-cinetica.
L'INCONSCIO
RAZIONALE 1976 Dopo avere ritagliato le tele sino a lasciare solo quasi
il telaio (1958) ho iniziato a razionalizzare il mio lavoro, creando un ordine,
peraltro connaturato alle opere stesse. Ma sempre, trovato un metodo, l'ho
sviscerato e scomposto per verificare delle possibilità più
aperte che mi hanno portato a nuove ricerche.
Ed infatti, il mio lavoro verte essenzialmente sulla ricerca.
Arrivata ad un certo punto, dopo avere risolto il problema dei cromorilievi
ridotti poi in rilievi monocromi e monomodulari (1974) mi sono chiesta se
la formulazione geometrica e/o modulare non fosse un diaframma dietro cui
ovviare la paura ad avere coraggio.
Ho ripreso carta e colori ed ho disegnato, a volte irrigidendomi ed allontanandomi
dal problema, a volte girandoci attorno. Ero assai scontenta di questa incapacità
di uscirne nel modo giusto, che non sapevo quale fosse, ma che intuivo non
lontano. Ho continuato a lavorare con più accanimento fino a scarnificare
la ricerca a sole linee, perché intravedevo che quello che cercavo
era anche una specie di profondità che non doveva evidenziarsi con
la prospettiva, ma con un risultato piano.
Poi stufa di continuare a prendere misure e fare linee di lunghezza, o larghezza,
o spessore controllati ho guardato il tiralinee che in definitiva è
sempre stato la mia vera penna ed ho scritto, sulla carta prima e sulla tela
poi.
Si tratta di una sorta di scrittura della mente, della mia: fatta di linee
ora dense e marcate ora impercettibili e saltellanti, ora lunghe ed ora brevissime,
senza alcuna programmazione a priori, ma sensibili alla pressione della mano
che libera, corre e traccia senza premeditazione. Ma è chiaro che se
la mano è guidata dalla mente, in questo caso lo è dall'inconscio.
Il risultato è una specie di reticoli e di spazi vuoti, per nulla disordinati,
che hanno un loro ritmo, una loro profondità ed una loro armonia. Perché
sì, l'ordine è diviso grosso modo in due categorie: quello repressivo,
ottuso e prevaricatore e quello armonioso della libertà, dove le limitazioni
non sono tali, ma si chiamano rispetto dell'altrui libertà e tolleranza.
Quindi concludo osservando, al di là dell'analisi critica che non è
mio compito, che la mia razionalità non è autoimposta, ma fa
parte della mia indole. La geometria e il rigore non sono il paravento della
mia paura ad avere coraggio, ma la molla per essere sulla pista della ricerca.
SCRITTE
SULLA SABBIA 1977 Le ricerche degli anni '60 comportavano rigore geometrico
e maggiore era il perfezionismo tecnico, migliore il risultato dell'indagine.
Ma io ho sempre avuto una doppia natura: intuita una regola per estrinsecare
una ricerca, subito dopo la destituivo per vedere cosa succedeva "al
di là". Cioè codificata una programmazione, cercavo come
dato insostituibile l'imponderabile: ciò chesfuggendo alle regole desse
una dimensione all'operare oltre determinazione precostituita.
Sono arrivata ai rilievi intorno al 1972 e fino al 1975. Colore e forma avevano
un preciso valore e sotto, sulla tavola che sosteneva il rilievo, tracciavo
le linee dove apporre i tasselli di legno. Mai cancellai queste tracce, anche
quando mi venne fatto osservare che questo reticolo manualizzava l'opera,
proprio perché volevo che questo elemento risultasse evidente.
Ripresi a dubitare e a riflettere, chiedendomi se non mi nascondessi dietro
forme esatte per paura di avere coraggio. Dovevo rompere con l'immagine forbita,
formalmente ineccepibile. In breve, stavo mettendo in discussione tutto il
lavoro passato. I tempi erano cambiati ed altro tipo di sensibilità
si stava affacciando, perlomeno così sentivo, come sentivo che non
volevo vivere di rendita. Ma uscire da schemi che bene o male abbiamo noi
stessi inventato non è facile. Ho ricominciato da capo ad analizzare
e verificare ma più mi inoltravo in questo genere di investigazione
più venivo invischiata da regole che mi bloccavano. Finché dopo
innumerevoli disegni volti in varie direzioni compresi che non dovevo usare
la riga per prendere le
misure, né il tiralinee per fare segni perfetti. Come un velo che mi
fosse caduto dagli occhi ho visto che se per vent'anni avevo immesso materiale
sui lavori, ora dovevo togliere, abolire schemi e misure: insomma tutto quanto
mi costringeva. Così segnai i fogli verticalmente ed orizzontalmente
con linee spezzate. Constatai che malgrado non prendessi più misure
era come se lo facessi, perciò, poiché era una sorta di scrittura
che mi veniva spontaneamente, chiamai questi lavori Inconsci Razionali.
Poi abbandonai anche righe e tiralinee e segnai i fogli e tele a mano libera,
con tratti sempre più ridotti. Non si doveva vedere nulla a primo acchito,
ma scoprire, dopo, che sui supporti esisteva qualcosa che era la traccia della
mente.
Ma non si vive se non nella socialità. Quando ero piccola scoprii che
molti miei coetanei solo perché ritenuti diversi, ebrei o zingari,
erano stati eliminati dalla faccia della terra sistematicamente. Sentii un
forte senso di colpa per essere stata risparmiata, perché solo un caso
aveva deciso così. Il caso degli uomini, naturalmente. Sembrava, data
la mostruosità dello sterminio, che fosse finita, che si fosse capito
che il dolore è nella vita stessa: le malattie che ci piegano, il bisogno,
l'ignoranza e che questo fosse quanto da combattere. Lottare perché
nel mondo si instaurasse la giustizia dell'eguaglianza. Non si è verificato
che sporadicamente.
L'estate scorsa seguii angosciata la tragedia di Tall el Zaatar. Si sapeva
tutto a priori, ma nessuno ha mosso un dito per evitare il genocidio. E tra
gli altri, proprio coloro per i quali da bambina mi ero sentita in colpa di
vivere, gli ebrei, immemori della spaventosa repressione subita, contribuivano
a permettere il massacro. Scrissi una lettera che indirizzai alle donne di
tutto il mondo, affinché lottassero per fermare la strage. Se gli "uomini"
non sapevano che proporci "soluzioni finali", che le donne lo impedissero
con la forza della loro coscienza diversa. Era mera follia e misi la lettera
in tasca.
Piena di rabbia
e di dolore impotente mi prese un impulso di tracciare segni. Altro non mi
era concesso di fare. Feci ossessivamente linee orizzontali e verticali, ripetute
fno a riempire i fogli e poiché il dolore esige pudore, alcuni di essi
li coprii. Erano lettere, al posto di quella genericamente e semplicisticamente
destinata alle donne che esprimevano la mia inane solidarietà, la mia
protesta contro la criminale violenza tanto per cambiare sotto il segno della
croce.
Quando si compì la sorte del villaggio palestinese, il 12 agosto, andai
su una spiaggia deserta e dopo aver guardato il mare, anche lui insensibile
e preso dal suo movimento, cercai un bastone e cominciai a tracciare lo stesso
segno delle "lettere" sulla sabbia, per tutto il giorno. Smisi quando
fui stremata. Avevo riempito la spiaggia di segni che, me ne resi conto allora,
formavano un'acca, che nella mia lingua è la lettera muta. Una protesta
scritta sulla sabbia, quanto più labile vi sia.
I giorni successivi tornai a vedere, perché la mia curiosità
di artista era altrettanto forte che il dolore e i segni non erano scomparsi,
solo sempre meno nitidi e quando partii, ancora qualche traccia era visibile.
Dopo gli "inconsci razionali" disintegrati, ho ricostituito una
lettera del mio alfabeto personale, la lettera muta. Altri eventi sono accaduti:
persone care sono state o sono gravemente ammalate. II loro dolore lo sento
sulla mia pelle e queste lettere sono indirizzate pure ad esse, alla sofferenza
dell'umanità, di qualsiasi natura e proporzione.
ALFABETO DELLA
MENTE 1978 L'inconscio razionale è stato una specie di "tabula
rasa" nel mio processo operativo, in un certo senso assai vicina a quella
del 1958 quando ritagliai le tele fino a mettere in vista il telaio. Ancora
una volta si trattava di togliere tutto quanto avevo messo sui supporti, senza
radicalizzare o ripetere il gesto di allora, ma meno drasticamente (o più
misteriosamente), lasciando la tela pressoché intonsa, che solo guardandola
da vicino, a lungo, si potessero inseguire impercettibili segni (come delle
tracce sempre più rarefatte).
Ma forse io non sono per l'asettico nitore, né per la contemplazione
muta o per il mistico isolamento. Non ancora perlomeno. Debbo parlare, dialogare,
comunicare, capire. Debbo provare sentimenti anche alterni per le persone
e le cose. Un giorno del 1976, per un gesto di protesta impotente, tracciai
su un foglio di carta dei piccoli segni, uno verticale e uno orizzontale,
ripetuti ossessivamente fno a riempire completamente lo spazio bianco. Mi
resi conto più tardi che senza averne l'intenzione avevo scritto una
sorta di lettera dell'alfabeto del mio inconscio. Un segnale, una cifra, che
per me avevano un significato. Per un anno ripetei il medesimo segno, senza
supporre di poterne fare altri. Invece un giorno dell'agosto di quest'anno
ne è scaturito un altro, poi altri quattro di seguito. Che cosa sono?
Io stessa non lo so. Posso dire solo che è cominciata un'altra cosa
rispetto al vacuum dell'inconscio razionale. Ecco, è cominciata un'altra
cosa.
Riempio fogli e tele di questi segni, non lasciando che minimi spazi marginali
senza soluzione di continuità. Posso lavorare per ore ed ore e giorni
senza smettere ed anzi, quasi incapace di smettere. Ripeto un solo segno per
superficie, perché lo ritengo sufficiente senza legarlo ad alcuno degli
altri cinque. Anche di questo ignoro la ragione. So soltanto che un unico
segno va ripetuto fino a riempire lo spazio che mi sono data. Poi comincio
con un altro segno e così di seguito.
Anche di stesso segno, ogni lavoro è diverso dall'altro. Lavoro a mano
libera con la penna, ed anche se tentassi di essere esatta, la mano disobbedirebbe
alla mia volontà. A volte il tratto è più sottile, o
più pesante; impercettibili tensioni corporee fanno scattare la penna,
imprimendo segni leggermente distorti o tremolanti. A volte ancora la penna
non dà inchiostro e vi sono tracce evanescenti che mai riprendo ricalcandole.
Quando comincio una riga, è il primo segno che solitamente la determina:
se è corto, faccio una riga di segni corti, se le dita scorrono, è
di segni più lunghi. Lascio fluire la mano liberamente. Così
l'insieme appare ora più fitto ed ora più rado, ma non cerco
queste diversificazioni che vengono spontaneamente e sono possibili mio malgrado.
Per ora questi segni li chiamo "L'alfabeto della mente" perché
ritengo siano codici di un linguaggio personale.