Flaminio Gualdoni
Dadamaino
Beatrix Wilhelm Verlag, Leonberg, 1984 poi in Arte italiana
del Novecento, Electa, Milano 1999
per Francesco
Leonetti
Ritrovare
l'entità, il peso specifico di un gesto a tutta prima solo radicale,
definitivo.
Lasciarne in pelle la determinazione trasgressiva, l'insorgenza vitalistica,
sospinta dall'alito aspro della negazione. Ma assumersene criticamente, anche,
le eredità, la rimeditazione, in virtù di un essere (di un voler
essere) avanguardia che non sia solo il riprodursi stantio di comportamenti
e nominazioni, ma anche l'altro che importa, l'assunzione di responsabilità,
l'ethos che si chiede che senso ha avere senso e che si concede speranza,
in forma di utopia disincantata, sulla pura fiducia accordata a se stesso,
al proprio elaborante e intransigente mettere in pratica.
I Volumi con cui Dadamaino, poco più che ventenne, approda alla scena
europea, hanno questo sapore, acerbo magari, di un inizio senza remore, di
un salto a piedi pari oltre il limitare delle certezze d'abitudine, dei fantasmi
convenzionali, dei troppi alibi.
Sono un coup du Père François inferto al galateo pittorico,
un colpo baldanzoso: ma senza certezze, a suo modo drammatico: e senza emozioni,
senza angoscia.
Sono un lavoro che sa bene cosa non vuol essere, “gli squarci del '58
in attesa di qualcosa” (1). Ma anche, quasi a dispetto, sono già
altro, affermano più di quanto sia intenzione. Non c'è petizione
di princìpi che ne ingrommi lo status di opere già in qualche
modo pertinenti a se stesse. Né esse si contentano della puntualità
contingente della pura eversione intellettuale. Presumono e pretendono un
dopo, nella logica implacabile dell'intuizione prima; sanno di essere un abbrivio,
anche, pur coscientemente eccentrico e sospettoso rispetto a ogni linearità
e vettorialità consolidata.
Le tele grezze, o bianche, o nere, aperte da ovali e cerchi, solitari o iterativi,
con quei loro bordi slabbrati e irregolari, sono un modo di piombare in medias
res nei ragionamenti sulla pittura, sul suo corpo e sulla sua sostanza, operando
un cambio di passo decisivo.
C'è un'esteticità possibile in gioco, ancora, ma aggrumata in
una misura tutta interna del fare, in una catena di scelte che non si danno
mai scontate e si riflettono agguerritamente ogni volta in radice, scommettendo
su valori, e rapporti, e fondamenti di reciproca necessità. Costruita
su un pensiero che non si mette in forma o in scena, ma che impregna l'opera
della sua essenza volatile, netta, che le dà una trasparenza senza
residui, senza gravità materiale.
Gli anni sono consoni, d'altronde, sono quelli della Milano che fa ponte con
Düsseldorf e Parigi, Bruxelles e Amsterdam (che è parte minima,
in una città e in una cultura nazionale che non si decidono a uscir
di provincia). Di Lucio Fontana, nucleo di gravitazione e di propagazione
genetica di straordinaria fertilità. E di Piero Manzoni e Enrico Castellani:
con Azimut, esperienza di rivista e galleria, sulla quale molta mitologia
è corsa e corre,
in attesa di sistemazioni attendibili (2), ma che in ogni caso rappresenta
l'incrocio e il crogiuolo chiave di idee, rimesse in questione, spunti teorici
senza vizi sistematici, vitalismo ansioso e insofferente. Dadamaino è
di questa partita, da subito, tanto da suscitare il disappunto incuriosito
di un anonimo recensore (3).
Nel clima, ecco Zero e Nul, e Gruppo T, i prodromi di Nuova Tendenza, le tappe
memorabili di mostre come il “XII premio Lissone” e “Nul”,
allo Stedelijk di Amsterdam (4).
In trasferta personale presso il Gruppo N, a Padova,
nel maggio '61, Dadamaino ha per viatico questa pagina di Manzoni, che tien
conto riportare per intero:
“II verificarsi di nuove condizioni, il proporsi di nuovi problemi,
comportano con la necessità di nuove soluzioni, nuovi metodi, nuove
misure: non ci si stacca dalla terra correndo e saltando: occorrono le ali;
le modificazioni non bastano: la trasformazione dev'essere integrale. Per
questo noi non riusciamo a capire i pittori che, pur dicendosi interessati
ai problemi moderni, si pongono tutt’oggi di fronte al quadro come se
questo fosse una superficie da riempire di colore e di forme, secondo un gusto
più o meno apprezzabile, più o meno orecchiato. Tracciano un
segno, indietreggiano, guardano il loro operato inclinando il capo e socchiudendo
gli occhi, poi balzano di nuovo in avanti aggiungendo un altro segno, un altro
colore della tavolozza finchè non hanno riempito il quadro e coperta
la tela: il quadro è finito, una superficie d'illimitate possibilità
è ora ridotta a una specie di recipiente in cui sono forzati e compressi
colori innaturali, significati artificiali. Perchè invece non liberare
questa superficie? Perchè non cercare di capire che la storia dell'arte
non è storia di 'pittori', ma bensì di scoperte e innovatori?
Alludere, esprimere, rappresentare, astrarre, sono oggi problemi inesistenti.
Forma, colore, dimensioni, non hanno senso: vi è solo per l'artista
il problema di conquistare la più integrale libertà: le barriere
sono una sfida, le fisiche per lo scienziato come le mentali per l'artista.
Dada Maino ha superato la 'problematica pittorica':
altre misure informano la sua opera: i suoi quadri sono bandiere di un nuovo
mondo, sono un nuovo significato: non si accontentano di 'dire diversamente':
dicono nuove cose.” (5)
Nuove soluzioni, nuovi metodi, nuove misure. Certo, per Dadamaino, sono quelli
dei Volumi a moduli sfasati di fine decennio, e degli Oggetti ottico-dinamici.
Lavori di rigore inflessibile, campionature precoci di quello sterminato potenziale
di scavo linguistico della visione che terrà banco per quasi un decennio
presso una larga parte della ricerca europea, e nella lunga fase di maturazione
dell’artista.
Nei Volumi a moduli sfasati lo sfondamento della superficie è già
altro, è schiusura di spazi, modulazione iterativa, ritmo che si dà
regolare e subito si sottopone a un processo di modificazione, per via di
sovrapposizione di pellicole simili, sfasate. La superficie non ha natura
di schermo resistente all'occhio: anzi, l'opalescenza morbida della plastica
invischia lo sguardo, lo induce ad attraversamenti e affioramenti, gli fa
avvertire spessori continuamente mutanti e l'impossibilità di fissare
un fuoco.
Fuoco, s'intende, d'ordine non tanto percettivo, fisiologico, quanto mentale.
L'ambiguità non riguarda la natura, la configurazione dell'oggetto
veduto, quanto la modalità stessa del guardare, la qualità e
l'implicazione dello sguardo.
Degli Oggetti ottico-dinamici valga la scheda stessa d'accompagnamento che
Dadamaino ha redatto in margine (e sulla formulazione e la funzione di tali
note, si avrà modo di tornare): “Aspetto formale: l'insieme è
suddiviso in 9 parti di forma quadrangolare ad intersecazione laterale. E’
composto di lastrine di alluminio fresato che partono dalla dimensione minima
di cm 1 x 1 e, con progressione di cm 0,5, sino alla massima di cm 4,5 x 4,5.
Tutte le dimensioni delle lastrine sono il prodotto ottenuto dai reciproci
multipli.
Dette lastrine sono montate su fili di nylon che vengono introdotti e fissati
esternamente ai supporti di base in legno, di forma quadrata, appositamente
forato a rilievo secondo lo schema di programmazione. Ne risulta un rilievo
composto di vuoti e pieni in parti eguali.
Aspetto ottico-dinamico: così ottenuti, i quadrilateri del rilievo
assumono aspetto semisferico a dinamica sfuggente.
A sua volta, la particolare disposizione delle fresature sulle lastrine può
annullare, interamente o parzialmente, le visioni circolari, trasformandole
in una successione di immagini instabili, a seconda anche degli spostamenti
del fruitore rispetto all'opera. Pur essendo statico, l'oggetto dà
l'impressione di continuo movimento e mutazione.” (6)
Esperienze in positivo, dunque, per via di proposizione (non di dimostrazione,
sarebbe una fuga in avanti, un dar per risolte questioni che qui cominciano
a intravvedersi, a prender effettiva consistenza).
Spazio, luce, apparenza, far vedere, guardare. II quadro è un quadro,
perimetro preciso e tipico d'esperienza, concreto, oggettivo. Una porzione
che vale per quello che è, in quanto tale. Ma più, per quello
che non è: la superficie è labile, esiste per dar luogo a un
vuoto, e attraverso vi si vedono i pensieri.
Nell'estetica del nitore che prende a circolare - e che non tarderà
a farsi formulario retorico, alibi insensato - Dadamaino coglie d'istinto
e determinazione il bandolo giusto, della castità intellettuale. E',
in nuove spoglie, il “Siate brevi” di Satie. La parentela, sottopelle,
con Manzoni e Schoonhoven più che con la schiera dei percettologi e
metodologi a oltranza che le faranno da compagni ufficiali di via.
Che non è non far i conti con la corporeità, com'è stato
detto: ma un lavorare piuttosto non avvertendone il peso, l'opaca gretta quantità
e la sovradeterminazione in termini di soggetto: “occorrono le ali”,
ha pur scritto Manzoni, in un'esperienza d'arte di cui il fare è il
centro stesso, cuore pulsante. Come intendere la solidarietà dichiarata
di Dadamaino, in questi anni, ai più sostanziosi gangli programmatici
di Nuova Tendenza? Desoggettivizzazione, certo, e ricerca continua: ma, ben
si è avvertito, Dadamaino “ha proceduto per sostituzione, ha
sostituito, a una elaborazione formale continua e ordinata, una ricerca che
trova argomenti e temi nella disgregazione del metodo e dell'ideologia, cercando
in trasparenza, negli spessori.” (7) Sperimentazione, anche. Alluminio,
plastica, rodhoid, plexiglass, ... materiali adespoti, privi di memoria storica.
Titillamenti tecnologici. Per lei, però, soprattutto sobri, di scarsa
presenza materiale, e comunque destinatari di un travaso minimo e persistente
di sensibilità. Un senso di carezza, dello sguardo e del tatto, che
non rinuncia a se stesso.
E metodo, processo, abbigliamento scientifico della pratica. Con la catena
di figure logiche del caso: modulo, struttura, sistema, programma, serie,
sviluppo, progressione, combinazione, varianti.
Dadamaino però non ammette questo armamentario come
sostitutivo di certezza. All'ideologia del progetto ‘forte’ (che
non si avvede d'incappare in un duplice tranello: della fede socialdemocratica
in un preteso utile feedback sociale - negli scritti e nei fatti Dadamaino
sottolinea una ben diversa consapevolezza politica e un ben più responsabile
rispetto dello spettatore - e della falsificazione dell'esperienza d'arte,
neutralizzata a mero momento della cultura estetica) contrappone la sua “caratteristica
contraddizione dolce” (8): cioè, il motore autentico della sua
ricerca continua.
Ridurre l'oggettività alla pura estraneità, far dell'opera un
terminale passivo d'obiettività e dimostrabilità, toglie respiro
al pensiero. Troppe implicanze, didascaliche, educative, moralistiche.
Se l'opera rivendica un proprio autonomo diritto d'esistenza, una condizione
di specifica necessità, e dunque una qualità anche estetica,
è perchè si dota di un'eventualità tipicissima, come
un plusvalore d'esperienza e di senso.
Ciò che Dadamaino sa compiersi sul suo tavolo da lavoro è un
processo complesso di modificazione, che investe lei stessa, la sua propria
coscienza, prima ancora che quella dello spettatore (da qui la rivendicazione,
anche, di una politicità non spuria).
La compiutezza linguistica e il grado altissimo d'intellegibilità della
sua immagine hanno, primariamente, questo valore. II metodo, la logica interna
del processo, sono un campo privilegiato d'indagine, abbrivi problematici,
provocazioni teoriche. Niente più.
Ciò che Dadamaino veramente sperimenta è, nella laica serietà
del gioco (fare), la tensione fino al limite del ribaltamento o del dissolvimento
della regola, dell'ordine teorico e metodologico. Ciò che importa è
proprio l'interstizio che si schiude, il margine di virtualità, di
fluttuazione del senso, di mutazione del mentale che, per via di consapevolezze,
riassume a sé anche le spinte dell'intuizione.
Un riferimento, ancora, alle notule per due dei suoi lavori più importanti
degli anni Sessanta, la Ricerca del colore e i Fluorescenti:
“Ricerca del colore. Ritenendo gli accostamenti cromatici causati essenzialmente
dall'insieme dell'intuizione e del gusto, ho trovato utile fare una effettiva
ricerca dei colori atta a verificarne il reale rapporto intercorrente fra
essi. Ho così usato i sette colori dello spettro, ricercando fra essi
il cromovalore medio, più il bianco, il nero ed il marrone. Dieci moltiplicato
per dieci. Ouindi per ciascuno la gradazione dal massimo al minimo su fondo
di colore base, che è di quaranta varianti come media visibile. Risultano
perciò cento tavolette di cm 20 x 20 contenenti 4000 tonalità.
Ogni tavoletta è divisa in due parti con ottanta spazi alternati dal
colore di fondo e da quello analizzato, in modo che per ogni tono è
possibile la verifica del cromovalore.”
“Fluorescenti. Sul fondo monocromo sono applicate strisce di plastificato
fluorescente che aumentano dall'alto al basso progressivamente di lunghezza.
Data la leggerezza del materiale per cui basta il minimo spostamento d'aria
per fletterlo, con la luce di Wood si combina simultaneamente il movimento
cromatico, più diagrammi colorati susseguenti il movimento dei fluorescenti
nello spazio circostante. L'oggetto può essere mosso pure con le mani
perchè il materiale, è stato riscontrato, stimola il senso tattile.
Si ottiene in tal modo una situazione cromotattile-cinetica.” (9)
Tutto chiaro, evidente. Troppo chiaro, a ben considerare: se non come messa
in luce della regola del gioco, e con l'attenzione già spostata al
punto di incrinatura in cui il gioco prende la mano a chi fa. Nella Ricerca
del colore è la divaricazione smodata piccolo-grandissimo (10), la
pulsazione mobilissima del colore fino al cortocircuito percettivo, la crisi
del meccanismo mentale di lettura, la lenta scansione iterativa del tempo...
Non si dà mai questione di minimizzazione arbitraria
del segnale, di schematizzazione dell'immagine, di chiarezza per riduzione.
Se un termine vale, a indicare il vettore della sua ricerca, è quello
di stile. Cito Fossati: “Così il tema del lavoro di Dadamaino,
resta lo stile, non la forma o le forme; e uno stile che non sia assorbimento
pittorico, ma l'esatto rovescio, l'inglobare, il nutrire e il moltiplicare
la pittura intorno a un luogo medio fra dentro e fuori la pittura in cui accumulare,
aldilà di ogni rappresentazione o finzione, verifiche e confronti fra
una vicenda che pare segnata senza intervento alcuno dall'autore e una vicenda
tutta analizzata fino allo scrupolo più preciso dal segno, dal marchio
dell'individuo, del pensiero, dell'agire più controllato. Uno stile
che entra in gioco sapendo che il gioco è già avviato da un
pezzo e che nessuna conclusione dell'opera può illuderci che si concluda
e finisca lì, a quel punto; che contiene più cose che la forma
sappia o voglia svelare; uno stile, ancora, che avviene altrove della propria
cristallizzazione, che segnala pulsioni ed estri, lirismi e congelamenti,
come se da questi fosse determinato e contemporaneamente fosse lui a determinarli,
in armonia (una difficile armonia) fra determinato e determinante, in risucchio
continuo.” (11)
Dunque, neutralità rispetto al complesso farsi dell'opera, ma allo
stesso tempo, rigoroso esercizio di scrutinio di quanto accade sulla superficie,
sul punto d'intersezione fra dentro e fuori.
Neutralità, s'è detto. Non anonimato (che pure è una
tentazione ideologica diffusa, presso più d'un compagno di via, asettica
estremizzazione simmetrica alla genialità informale e post). Neppure,
a ben vedere, deidentificazione della pratica. Il marchio dell'artista non
sigla il lavoro, è il lavoro stesso, la scelta, l'avventura.
Non esiste un alibi rispetto al tempo del fare. L'artista fa, non si guarda
fare: immersa senza riserve e reticenze nell'operazione, si riflette, è
con l'attitudine razionale in rapporto di filtro, riconoscimento, effettiva
esperienza totale. E il tempo del fare, tempo mentale e manuale, nella Ricerca
del colore impone una durata estesa, concentrata, una scommessa quasi sui
limiti della tenuta interiore. Su questa esperienza lievita quella, decisiva
per Dadamaino, dell'Inconscio razionale. Già la titolatura è
eloquente sul cambio di passo imposto alla propria vigile attenzione: salta
il sostegno dell'oggettivazione, la partita, senza mutar regole, l'artista
la gioca tutta su se stessa.
La meccanica geometrica, i puntelli cromatologici, l'armamentario di materiali
visivi convenzionali rischiano ormai la ridondanza. Dell'alibi tecnico e,
surrettiziamente, formale; ma, più, di una delimitazione del razionale
entro confini solo in parte eludibili e in sostanza, alla lunga, fuorvianti.
Lavorar di rimessa, in contraddittorio, rispetto a queste piccole 'verità',
è un passaggio obbligato. Ma il momento, ora, è quello di scavi
ugualmente ostinati, altrettanto propri concettualmente, là dove il
razionale è molto più, e molto altro, di uno statuto convenzionale.
“Ha l'andamento di una trama, una maglia di vuoti...” (12). Vuoti,
e superficie, recuperata a se stessa senza artifici di concreta trasgressione:
naturalmente trasparente e virtuale, imparentata nella sua omogenea disponibilità
a una pagina (senza tradire, in ogni caso, la propria filigrana pittorica).
Apporre inconscio e razionale, nel corpo e in testata a questo lavoro, indica
in maniera fin troppo evidente che l'interiorizzazione scrutinante di Dadamaino
ha ora in vista le spiagge della psicanalisi. In modo strumentale, però,
per triangolare posizione e orientamenti, non per dedurne intenzionalità
espressive eterodirette (“Va detto ancora che la mistione di 'inconscio'
e 'razionale' potrebbe essere letta oggi con la bi-logica di Matte Blanco,
che appunto attribuisce all'inconscio non già il ribollimento freudiano
(né il linguaggio dell’'altro' secondo Lacan) ma un valore di
simmetria... La cosa è però molto complicata e resta insoddisfacente
almeno fin qui.”)(13)
La misura del fare, ora, si sovrappone alla misura del gesto. Che traccia
il segno, lo fa venire in luce, differenziale minimo di visione. Elementare,
diretto, immediato nel suo darsi concreto, ma lentissimo, netto, concentrato
nell'emergere del flusso di coscienza, che contemporaneamente si pensa e si
specchia nella mano che fa.
La tramatura assume una regolarità non programmata, tende tutt'al più
a organizzarsi secondo coordinate primarie di spazio. II segno ora corre ora
rallenta, si sospende; è marcato o lieve o saltellante. Non trascrive
un moto interiore, non fa perifrasi premeditate. Si dà, e nel darsi
c'è già tutto, ragionamento e frisson psichico, istinto e intenzione,
avvertimento mentale e corporale, e quant'altro, tutto.
Qualcuno ha detto, automatismo. Sì, se si intenda qualcosa all'estremità
diametrale dell'esperimento surrealista, ipercolto e letterale. Qui la mediatezza
è assoluta, attenta, ipersensibile, ed esplicita. La scommessa è
che il segno possa esservi più naturalmente autentico, che il suo darsi
come pura condizione e presenza confermi una traccia non spuria di senso,
direttamente.
Si tratta di convivere, per Dadamaino, con ciò che chiama inconscio,
senza farne oggetto di mitologia, né deprezzamento, né opposizione
manichea a chissà quale mai logos solare. C'è, a qualche titolo
è saggiabile, perscrutabile addirittura: nell'aggallare, almeno, in
natura e misura di segno. A patto di non costruirci sopra, come sempre, edifici
cervellotici e ingombranti. (14)
Ciò che conta, ancora, è il non porre condizioni limitative
alla totalità dell'esperienza, e alla possibilità di viverla
in prima persona in assenza di escrescenze soggettive. Che poi queste tracce
siano eventi così limpidamente rarefatti, discreti, silenziosi, non
dipende da una presumibile ostentata vicinanza a un 'grado zero' della visione.
“Non sono per l'asettico nitore, né per la contemplazione muta
o per il mistico isolamento...”, scrive Dadamaino.(15) L'evidenza che
tenta non è quantitativa, qui men che mai, non scaturisce da una qualche
strategia della visione. Altri sono i nutrimenti e i vettori, un ordine, un
rigore, una continuità, un'espansione, maturati per vie interne, innervanti
lo spessore di questo tracciare.
Nel tracciare, altri segni prendono a darsi, secondo un processo di regolarità
non imposta che assume le movenze primarie dell'alfabeto.
L'Alfabeto della mente nasce in consequenza di un primo
configurarsi elementare del segno, lungo una traccia minima fortemente individuata.
E' il prodursi d'un fenomeno di differenziazione, che si solidifica in un
repertorio di 'lettere' (saranno, in tutto, sedici: il termine, adottato dall'artista
stessa, non ha che un valore poco più che descrittivo; gioca semmai
sul margine di ambiguità significativa che lo pone in relazione ai
segni) la cui natura è di rivestire, in questa esperienza, solo un
tasso di caratterizzazione, costanza e regolarità maggiori dell'universo
possibile di altri segni.
Lettere, dunque, nascenti da probabilità, prive di specifica singolarità
e autorità. Esistenti come punto minimo di concretizzazione del gesto,
di determinazione di un luogo - intorno del vuoto, sempre - dell'aggrumarsi
di un picco pudico di concentrazione.
Mai poste in rapporto le une con le altre, come sarebbe vocazione di un alfabeto
che presumesse di far lingua, e racconto. Isolate, invece, in un hic et nunc
che ne è l'unica condizione appropriata, rispetto allo spazio e rispetto
al tempo. Semplici, nel loro rifiuto di forma; famigliola ognuna di scarni
segmenti, che garantisce al gesto uno stacco sicuro d'attenzione, e alla mente
di trovare altrove ritmo e flusso.
Appigli individuati, presenti, a evitare la dispersione del gesto nell'indistinto,
nel magmatico, ma pronti a loro volta alla proliferazione ragionevole, a farsi
notazioni degli andamenti del pensiero.
Importano più le figure, i comportamenti del tracciare. “Per
un anno ripetei il medesimo segno... So soltanto che un unico segno va ripetuto
fino a riempire lo spazio che mi sono data...” (16)
Conta, anzitutto, il tempo, il continuum di quest'avventura. Dopo un'iniziale
sorta di catalogo, su foglietti tutti uguali(17), Dadamaino prende a seguire
il corso dei Fatti della vita (ancora un titolo sdoppiante, ambiguo con calcolo):
un'impresa in 560 fogli e tele di varie misure abitati dalle lettere dell'Alfabeto
della mente.
Segno, stacco, segno, stacco... Iterativamente, regolarmente, il segnare di
Dadamaino si dà come fluenza, lunga ossessiva durata, che si misura
in via di accumulazione. Una durata, un'accumulazione (18), che trascendono
il meccanismo della registrazione, voluto ma non arbitro del senso; e, contemporaneamente,
non fanno dell'iperdeterminazione allucinata un sostitutivo a nessun titolo
dell'inespressività, dell'inemotività (in questo, forse, risiede
uno dei punti cruciali di demarcazione rispetto a esperienze in apparenza
correlate: Opalka, Darboven...).
Ciò che è dato di visione, lo snodarsi lineare riga dopo riga,
il ritmo degli intervalli, l'occupare completamente la superficie - fatti
salvi, in molti casi, i margini perimetrali, come già nei Volumi a
moduli sfasati -, non si presume come valore in sé, secondo vocazioni
figurali, né come dichiarazione di regola attiva.
L'essere una sorta di equivalente scritturale è in conto solo come
spunto convenzionale, a un grado di minima inferferenza - era già l'orizzontale-verticale
nell'Inconscio razionale - con l'autentica pulsazione di senso. Che è,
invece, l'accadimento del segno, di ogni singolo segno e delle tensioni energetiche
che si generano nella correlazione con altri segni.
E’ l'essere sintomo, per via d'intensità, varianti, increspature,
tremolii, discontinuità, del darsi immediato degli avvertimenti interiori
dell'artista (oltre che, pure importante, dell'alea insita nell'atto fisico
della mano).
Sono i Fatti della vita. Dietro molti di essi, anche, è annotata una
breve scritta (19), secondo un uso che, in termini diversi, era stato di Fontana.
“Non è un diario, ma un'accumulazione di fogli. Non avevo nulla
da registrare, se non le pulsioni del momento.” (20)
L'unica regola ineludibile che Dadamaino s'è data è di non porre,
all'interno della propria quotidianità, un tempo 'diverso' per l'esperienza
d'arte. Senza artifici e astrazioni, lo scorrere del tempo della vita e quello
della pratica devono sovrapporsi fino al punto da non far differenza. Al tavolo,
di fronte alla finestra, nello studiolo ingombro, ascoltando la radio, rispondendo,
anche, al telefono. Per ore e ore continuativamente, giornate intere. La mano
traccia il pensarsi sentire, il sentirsi pensare dell'artista. Tutto ciò
che accade, dentro.
Il rigore è non far mai eccezione, rifiutarsi di prevedere e indirizzare.
L'ordine che scaturisce è questo stesso rigore, interiorizzato al punto
da farsi esso stesso philum naturale della coscienza, e della sua libertà.
Ancora uno scarto di lettura, ulteriore, entra in gioco, riversa questa ricerca
nel cuore dell'argomentare pittorico. Riattuando uno scorrimento piccolo-grandissimo,
Dadamaino fa di ciascuno di questi fogli e tele un segno, in un salto di scala
implicante la dimensione e il luogo deputato della forma pittura, la parete.
Negli spazi dove espone i Fatti della vita ricopre pareti intere appendendoli
da sinistra a destra, dall'alto in basso, senza programmarne la distribuzione,
adottando l'unico correttivo delle corrispondenze di misura per non lasciare
spazi liberi. Non è questione di horror vacui: il vuoto su cui lavora
Dadamaino, si sa, non è fisico, metrico.
Ecco prodursi altri ritmi, altre scansioni, altre pulsazioni. La nuova superficie
che nasce dalla tensione fra tutte le singole superfici ne ha lo stesso carattere,
di assorbimento dolce e di rallentamento concentrato della lettura, di evidenza
e presenza puntuale e a un tempo netta, trasparenza non labile.
La via è chiara, ora. Resta da riassorbire il diaframma convenzionale
residuo, lo schema della modalità scritturale conservato finora, guadagnando
contemporaneamente ulteriori margini di sensibilità senza nulla cedere
del rigore e della capacità autodeterminativa del segno. Titolati esplicitamente
Intermezzo (verrebbe da ripetere: “in attesa di qualcosa”: senza
far preventivi ma intuendo la direzione del pieno e cosciente esercizio di
libertà), alcuni lavori muovono i primi cauti passi in questo senso.
II segno è un breve crampo curvo, ora, non comporta più d'una
piccola scarica d'energia, senza stacchi del pennino e costrutti interni.
L'inseminarsi della superficie segue andamenti complessi, disorientati, che
contano addensamenti e dilatazioni, cumuli e esplosioni, trame e rarefazioni.
L'ordine non ha chiavi di volta, e cerniere, è un equilibrio totale
e teso: ancora in un punto di pressoché nulla pretesa formale, dove
sono impossibili ipotesi di compimento, di configurazione definitiva.
Poi, subito, le Costellazioni. I segni si fanno miriade, molecolari rispetto
alla mobilità e alle pulsazioni delle circolazioni energetiche, di
sensibilità.
La traccia in quanto tale si riavvicina all'inghiottimento nel vuoto, perde
in emanazione propria quanto acquista, però, in tensioni di correlazione.
C'è il colore, anche, che si sostituisce al nero e grigio di prima:
ma anch'esso ripensato, come depurato della sensualità di cui è
portatore: rosso, verde, azzurro... Sono quadri, come sempre. Consapevoli
frammenti, ma ciascuno ugualmente capace di un'esperienza totale. L'accumulazione
e la dispersione che vi si producono ne sono la struttura stessa, la ragione
del rigore.
Scrive Leonetti: “A mio avviso ci si può ben accorgere: a) Che
lo stesso discorso anteriore presso Dadamaino, quello dei fogli, ha una elementarità
raggiunta che non
è di una sola serie di opere, ma, quasi in una sua ripartenza, si presenta
con una durata consistente, non di sole nuove scansioni, ma di periodo ulteriore:
consimile a certi livelli e diversificato ad altri livelli (sia visivi che
semantici). Siamo dunque dinnanzi già coi fogli a un discorso epistemologico
che investe lo statuto stesso del dipingere; la ricerca, ora più vincolata
al suo motivo autentico, indaga certi fattori fondamentali sapendo che non
ci sono, che non c'è nulla con la virtù del fondamento - ripeto,
già al tempo dei fogli. b) Ora tale ricerca si rende consapevole epistemologicamente,
invece che presentare una linearità registratrice e attivatrice. E
perciò si sostanzia e si costituisce in nuclei e apparati diffusionali,
in centri agglomerati e percorsi periferici, in mappe, in volte celesti, ecc.
ecc. come osservazione e teoria della materia o movimento, mai definitiva.”
(21)
Costellazioni. La metafora lieve carezza il senso coniugato di regola nascosta,
d'ordine autofondato e mistero. Mentalmente.
“...è un cosmo, non un caos.” (22)
Note:
1) Dadamaino in M. N. Varga, Prima era l'alfabeto, poi..., in “Gala
international”, XVII, n. 96, Milano, giugno 1980, p. 42.
2) Ho notizia di un lavoro di ricostruzione sistematica in preparazione al
Pac di Milano. Per il momento, cfr. i due rari numeri della rivista, editi
tra il 1959 e il '60, e L. Vergine, Azimuth, catalogo della mostra, Galleria
Primo Piano, Roma, novembre - dicembre 1974.
3) Mont. (Monteverdi), Anche le donne 'bucano' i quadri, in “Corriere
Lombardo”, Milano, 31 dicembre 1959 - 1 gennaio 1960.
4) Al “XII Premio Lissone”, nel 1961, la sezione ‘informativo-sperimentale’
presentava tra gli altri i gruppi T e N, Manzoni, Castellani, Dadamaino, Schifano,
Lo Savio, Paolini; in “Nul”, allo Stedelijk di Amsterdam, nel
'62, gli italiani presenti erano, oltre a Dadamaino, Lo Savio, Manzoni, Castellani,
Fontana, Dorazio, mentre tra gli altri figuravano Schonhooven, Mack, Uecker,
Haacke, Peeters, Arman, Armando, Mavignier, Aubertin, eccetera.
5) P. Manzoni, Dada Maino, catalogo della mostra, Studio Gruppo N, Padova,
20 maggio 1961 .
6) Dadamaino, Oggetto ottico-dinamico. 1961, ora in G. Dorfles, Ricerche a
Milano agli inizi degli anni 60, catalogo della mostra, Studio Luca Palazzoli,
Milano, marzo 1976.
7) P. Fossati, Dadamaino, catalogo della mostra, Galleria Martano, Torino,
21 maggio - 12 giugno 1979.
8) F. Leonetti, Con Dada in osservazione della materia di cui siamo parte,
in Dadamaino, catalogo della mostra, Pac, Milano, 27 gennaio - 28 febbraio
1983.
9) Dadamaino, Ricerca del colore. 1967- 68 e Fluorescenti. 1969, in Dadamaino,
catalogo della mostra, Galleria Diagramma, Milano, 26 febbraio - 15 marzo
1970.
10) Recentemente riesposto al Pac nella versione ampliata, il lavoro aveva
uno sviluppo di 24 metri.
11) Fossati, cit.
12) T. Trini, Dadamaino. L'arpa verticale e orizzontale, in “Data”,
n. 22, Milano, luglio-settembre 1976, p. 43. 13) Leonetti, cit.
14) Dadamaino, L'inconscio razionale, catalogo della mostra, Arte Struktura,
Milano, 13 maggio - 2 giugno 1976.
15) Idem, Dall’Inconscio razionale all Alfabeto della mente, catalogo
della mostra, Salone Annuciata, Milano, 1 dicembre 1977.
16) Ibidem.
17) Cfr. l'edizione grafica R. Walser, Dadamaino. Das alfabet des geistes,
buchstabe 1-9, Drükwerk, München 1978.
18) “... misure e accumulazioni del tempo...”: V. Fagone, Di’
ciò che fai, fa’ ciò che dici, in catalogo della mostra,
La Biennale Arti visive '80, Venezia 1980, p. 131.
19) Valga qualche esempio: “Lettura, lettura”, “L'assicuratore
ha accettato la cifra del danno”; “Alla vita non si possono richiedere
anticipi”, “Fausto Coppi vola sulle montagne”; “La
depressione interessa tutte la ragioni italiane”.
20) Dadamaino in M. Meneguzzo, Per un'idea di costellazione, in AA. VV., Conversari
'83, Studio Dossi, Bergamo 1983, pp. 16-21.
21) Leonetti, cit.
22) Meneguzzo, cit.