"Allora non udremo piú miseri discorsi su Magellano e su Drake. Udremo il racconto di viaggiatori che hanno circumnavigato l'Eclittica e doppiato la Stella Polare, come il Capo Horn", Melville
Il verificarsi di nuove condizioni, il proporsi di nuovi problemi, comportano con la necessità di nuove soluzioni, nuovi metodi, nuove misure: non ci si stacca dalla terra correndo e saltando: occorrono le ali; le modificazioni non bastano: la trasformazione dev'essere integrale. Per questo noi non riusciamo a capire i pittori che, pur dicendosi interessati ai problemi moderni, si pongono tutt'oggi di fronte al quadro come se questo fosse una superficie da riempire di colore e di forme, secondo un gusto più o meno apprezzabile, più o meno orecchiato. Tracciano un segno, indietreggiano, guardano il loro operato inclinando il capo e socchiudendo gli occhi, poi balzano di nuovo in avanti aggiungendo un altro segno, un altro colore della tavolozza finché non hanno riempito il quadro e coperta la tela: il quadro è finito, una superficie d'illimitate possibilità è ora ridotta a una specie di recipiente in cui sono forzati e compressi colori innaturali, significati artificiali.
Perché invece non liberare questa superficie?
Perché non cercare di capire che la storia dell'arte non è storia di "pittori",
ma bensì di scoperte e di innovatori? Alludere, esprimere, rappresentare,
astrarre, sono oggi problemi inesistenti.
Forma, colore, dimensioni, non hanno senso:
vi è solo per l'artista il problema di conquistare la più integrale libertà:
le barriere sono una sfida, le fisiche per lo scienziato
come le mentali per l'artista.
Dada Maino ha superato la "problematica pittorica":
altre misure informano la sua opera: i suoi quadri sono bandiere di un nuovo mondo,
sono un nuovo significato: non si accontentano di "dire diversamente": dicono nuove cose.